Una vocazione radicata nella vita – non nelle dottrine
René Mayer non è un artista per tradizione familiare. Lo è diventato per necessità interiore, per coerenza vitale, come risposta istintiva a un richiamo profondo. Nulla nel suo ambiente immediato lo predestinava a una carriera artistica. Proveniente da un ambiente borghese colto ma poco incline alla creatività, non ha trovato né modelli né incoraggiamento nella sua cerchia familiare. Solo molto più tardi suo patrigno, autodidatta, si cimentò nella pittura e nella scultura, senza però mai farne un’attività centrale. L’impulso di René Mayer viene da altrove. Affonda le sue radici in una tensione precoce tra il bisogno di espressione e la resistenza al conformismo, in un desiderio feroce di abitare il mondo a modo suo, rifiutando le vie tracciate.
Nato a Basilea nel 1947, cresce in una città singolare, di confine, attraversata da lingue, influenze e mentalità diverse. Il Reno, arteria fluida e simbolica, collega Basilea alla Francia e alla Germania. Basilea gode quindi di una posizione privilegiata, che la rende un importante crocevia culturale e quindi imperdibile. È in questo microcosmo europeo, permeato di tolleranza umanistica e di un cosmopolitismo discreto ma tenace, che René Mayer forma il suo sguardo. A Basilea, nei caffè del centro si sente parlare il dialetto basilese, l’alto tedesco, il francese e l’inglese; si discute di Erasmo come di Jean Tinguely o Pipilotti Rist. I musei sono ricchi di capolavori simbolisti, sperimentazioni contemporanee e collezioni private di incredibile ricchezza. Lungi dall’essere un semplice spettatore, René Mayer si immerge in questo tessuto vivente.
L’arte, per lui, diventa ben presto un modo di essere: un modo di guardare, di sentire, di comprendere il mondo. Tutta la carriera di questo artista, che si evolve tra pittura e scultura, è riassunta in questa frase. Attratto fin da piccolo dalle forme, dai volumi e dai colori, si orienta inizialmente verso le arti applicate. Alla Schule für Gestaltung Basel, diretta erede dello spirito del Bauhaus, riceve una formazione tanto rigorosa quanto stimolante. Qui si insegna che l’arte inizia con il rispetto della materia, con la padronanza del gesto, con l’intelligenza del processo. René Mayer impara la chiarezza del tratto, la precisione del disegno, il valore espressivo di una linea ben tracciata. Incontra il pensiero di Johannes Itten e Josef Albers, non come maestri da seguire ciecamente, ma come stimoli alla sperimentazione. L’insegnamento non è dogmatico, ma aperto: ogni studente è invitato a cercare la propria coerenza, a fare della mano uno strumento di pensiero.
È sotto la guida di Alfred Gruber, scultore austriaco e compagno di viaggio di Hans Arp, che scopre il piacere del rischio, dell’improvvisazione, della forma in movimento. Nel antico studio-cava di Gruber, trasformato in laboratorio artistico, impara ad ascoltare la materia tanto quanto a modellarla.
Il gesto diventa ricerca, la forma diventa intuizione. È una delle svolte della sua vita artistica. Qui prende forma quello che diventerà il suo tratto distintivo: un pensiero della forma radicato nel fare, nella mano, nel peso delle cose. Un pensiero del volume che non si oppone all’intuizione, ma si nutre di essa. Per René Mayer, la forma non è mai decorativa. È linguaggio. È un modo di respirare, di esistere.
Una libertà conquistata – una pratica paziente
Molto prima di dedicarsi completamente alla sua carriera artistica, René Mayer segue un percorso poco convenzionale per un pittore e scultore: negli anni ’70 fonda un’azienda all’ingrosso specializzata in arti della tavola.
In un contesto in cui l’arte di vivere, lo stile e la funzionalità cominciano a fondersi con le esigenze estetiche della vita quotidiana, René Mayer crea e anima un’azienda che conosce uno sviluppo rapido e duraturo. Vi applica i principi appresi alla scuola d’arte: chiarezza delle forme, semplicità delle linee, precisione del gesto, attenzione alla materia.La sua rigore, il suo senso dell’equilibrio visivo,
la sua capacità di anticipare le aspettative di un pubblico sensibile all’eleganza discreta gli consentono di ottenere un successo commerciale che lo colloca rapidamente tra i leader del suo segmento di mercato. Ma al di là del successo economico, questa avventura rafforza in lui una convinzione fondamentale è possibile conciliare l’esigenza artigianale e l’efficienza, la bellezza e l’utilità, la libera creazione e la disciplina della produzione. Questa esperienza rafforza uno dei suoi grandi principi di vita: l’equilibrio non nasce dal conflitto degli opposti, ma dal loro incontro.
René Mayer non contrappone la logica del mercato a quella dell’arte; non vede l’azienda come un mondo estraneo a quello della creazione. Per lui, il rigore commerciale non è un freno, ma un quadro in cui può nascere una vera attenzione ai dettagli. Questa attenzione caratterizzerà tutte le sue opere future.Nella precisione di un gettone dipinto a mano,
nel taglio preciso di un piedistallo in granito, nella tensione silenziosa di uno sguardo scolpito, si percepisce l’impronta di questa cultura del lavoro ben fatto, radicata nel suo percorso professionale. È anche questo successo imprenditoriale che gli dà la libertà di affrancarsi dai vincoli materiali e di scegliere un altro ritmo di vita. Mentre molti artisti della sua generazione devono fare molte concessioni senza ottenere il successo sperato, René Mayer può concentrarsi sulla sua pratica senza compromessi, al di fuori dei circuiti, e questo al proprio ritmo. Per quasi cinquant’anni dipinge e scolpisce senza mai cercare di esporre. Questo ritiro dal mondo dell’arte non è né un rifiuto, né una posa, ma una forma di fedeltà a se stesso. Non sente il bisogno di essere visto né di essere riconosciuto. Non sente alcuna urgenza di conformarsi alle aspettative di un ambiente, di posizionarsi in una scena, di costruirsi una carriera. Preferisce seguire la sua strada nella solitudine dell’atelier. Lì, nella luce mutevole del Piemonte italiano, tra colline e nebbia, modella le sue opere una ad una, con pazienza.
Il suo atelier, situato a Bubbio, diventa il suo vero centro di gravità: un luogo di concentrazione, di essenzialità, di ascolto. Ogni tela, ogni scultura nasce da un dialogo intimo con i materiali. Acrilico, polvere di pigmento, argilla, marmo, legno, lino: nulla è lasciato al caso, tutto è pensato, ma senza dogmatismo. Per René Mayer, l’arte non è un accumulo di risultati, ma una serie di processi viventi. La forma non si rivela all’improvviso: bisogna avvicinarsi ad essa strato dopo strato, aggiustamento dopo aggiustamento. Il gesto è lento, preciso, teso. Ogni superficie viene rielaborata fino a raggiungere un punto di equilibrio. Il tempo fa parte dell’opera. Nulla è immediato. Ciò che conta non è completare un’opera, ma viverla fino in fondo. Questa disciplina quotidiana, questa fedeltà al lavoro, conferiscono alla sua produzione una densità rara. Le sue opere non cercano di sedurre: si offrono in silenzio, con una tranquilla intensità. Portano il segno di quella pazienza, di quella libertà, una libertà conquistata non contro il mondo, ma lontano dal suo frastuono.
Serie pittoriche strutturate attorno a grandi interrogativi
La pittura di René Mayer è decisamente astratta, ma non ha nulla di un esercizio formale distaccato dalla realtà. È portatrice di uno sguardo acuto sul mondo, sui mutamenti che lo attraversano e sulle tensioni silenziose che plasmano la nostra epoca. In contrapposizione agli effetti spettacolari e ai discorsi tonanti, René Mayer compone pazientemente serie che si sviluppano nel corso di diversi anni. Ogni serie articola una riflessione, non attraverso le parole, ma attraverso tensioni cromatiche, gesti minuziosi, materiali pensati come linguaggi. Non cerca di illustrare un’idea: la fa emergere dalla tela stessa, attraverso una lenta elaborazione. Le opere che crea non si offrono allo sguardo immediato: richiedono attenzione, tempo, disponibilità interiore. La serie “Mutations furtives” ne è forse l’esempio più emblematico.
Ogni tela, costruita strato dopo strato in un continuo alternarsi di controllo e abbandono, integra centinaia di gettoni da casinò bicolori in cui due colori si contrappongono (e uno scompare gradualmente a favore dell’altro) per poi essere integrati nella superficie pittorica. Questi oggetti, prodotti in serie, intercambiabili e freddi, diventano per René Mayer il simbolo di un gioco inconscio e collettivo con l’equilibrio ecologico. La fiche, per sua natura, rimanda alla perdita di controllo, alla scommessa, alla cecità. Integrandole nelle sue composizioni astratte, René Mayer non denuncia, ma dà forma silenziosa al nostro rapporto con il rischio.
La bellezza stessa dei suoi quadri, il loro equilibrio cromatico, la loro sensualità tattile, contrastano con la gravità del soggetto. Questa tensione tra estetica ed etica è al centro del suo lavoro.
Nulla è frontale, tutto è sfumato, in sottili slittamenti, come i lenti cambiamenti che non vediamo arrivare e che tuttavia trasformano il mondo. In “Terra vibrante’ domina la metafora tellurica. Le superfici sono sgualcite, striate, come sollevate dall’interno da forze invisibili.
Si pensa alle placche tettoniche, ai terremoti, ai sollevamenti. Ma si tratta anche di noi: delle nostre società in tensione, delle nostre fragilità collettive, di quelle scosse invisibili che rimodellano le nostre vite. La materia, qui, non è semplicemente lavorata: è abitata. René Mayer le conferisce un ruolo attivo, quasi vivente. Il substrato, i pigmenti, le polveri, gli intonaci utilizzati compongono una pelle fragile, a volte nervosa, che lascia affiorare l’instabilità del mondo. Con la serie “Finitezza’, René Mayer cambia registro, ma non intenzione. Qui interroga la bellezza come maschera. Le sue superfici brillano, attirano lo sguardo, ma ciò che nascondono è l’erosione, la fragilità del corpo, il passare del tempo. La seduzione visiva è un’illusione temporanea. Dietro i riflessi, qualcosa si sgretola. Si percepisce una critica silenziosa dei canoni artificiali, delle rappresentazioni fisse, della cancellazione dell’invecchiamento nelle nostre società contemporanee.
Le opere di questa serie parlano dell’apparenza, della superficie, ma anche di ciò che queste superfici cercano di nascondere e che inevitabilmente ritorna. La serie “Protetto o rinchiuso?” esplora invece il concetto di cornice.
Ogni quadro mette in gioco una struttura che può apparire rassicurante o alienante. Si tratta di uno spazio protettivo, di un luogo sicuro? O al contrario di una gabbia mentale, di una forma di isolamento, di un rifugio? René Mayer gioca qui con i confini: tra dentro e fuori, tra limitazione e liberazione. Si interroga su ciò che chiamiamo libertà, ma anche sulle condizioni di questa libertà. Con “Occhi”, iniziata negli anni ’90, René Mayer pone lo sguardo al centro. Non lo sguardo teorico, ma quello vissuto, quello che si posa sull’altro, quello che si riceve. Le tele di questa serie mettono in scena presenze mute, sguardi sovrapposti, sfuggenti, confrontati, enigmatici. È tutta la problematica della percezione che viene evocata: che cosa significa vedere? Essere visti? In che modo questo faccia a faccia modella il nostro rapporto con il mondo e con noi stessi? Si percepisce l’eco di una riflessione sulla pittura stessa, come mezzo dello sguardo.
Infine, la serie “Esperimenti” riunisce numerosi piccoli formati quadrati, nonché alcuni grandi formati, in cui René Mayer esplora liberamente combinazioni cromatiche, contrasti di texture, variazioni di ritmo.
Queste opere, spesso discrete, sono come laboratori silenziosi. Non mirano alla dimostrazione, ma alla sperimentazione, allo spostamento, alla modulazione.
Vi si leggono le tracce di un processo sempre in movimento, di un pensiero plastico che non si cristallizza mai, ma continua a cercare. In tutte queste serie, ciò che conta non è il concetto, né il messaggio, ma la presenza.
René Mayer non dipinge per illustrare un’idea: dipinge per dare forma a una percezione, a una tensione, a un turbamento. La sua astrazione è un invito a rallentare, a guardare in modo diverso, a entrare in uno spazio dove non si sa subito cosa pensare. Uno spazio di dubbio attivo, di silenzio fertile, dove il pensiero si forma sulla superficie stessa.
Sculture conviviali – organiche o geometriche
Nella carriera di René Mayer, la scultura occupa un posto essenziale, complementare alla pittura ma irriducibile ad essa. Non è né una parentesi né un’illustrazione tridimensionale delle sue tele: costituisce un campo di esplorazione autonomo, un prolungamento corporeo della sua ricerca formale. Due importanti serie scultoree incarnano questa ricerca: “Viva Viva” e “Marmo & granito”. Entrambe nascono da un’esigenza comune: fare della forma un linguaggio, del volume uno spazio di relazione, del materiale un luogo di interrogazione sensibile.
La serie “Viva Viva”, in terracotta dipinta, è una celebrazione deliberatamente gioiosa della vita. Vi si ritrova un’esuberanza cromatica, una sensualità delle forme, un’immediatezza del legame.
Le sculture sono realizzate a mano in lunghe sessioni immersive, dove il lavoro si trasforma in una sorta di trance colorata. Ispirata sia all’arte popolare messicana – le sue statuette arcaiche, i suoi santi naïf, i suoi colori decisi – sia alle figure fantasiose del carnevale di Basilea, “Viva Viva” propone una galleria di personaggi allo stesso tempo gioiosi e ambigui, burleschi e profondi. Non guardano, o meglio: guardano senza occhi. Le orbite sono scavate, i tratti stilizzati, come nelle maschere del Fasnacht (carnevale). Le figure si chinano, si toccano, si sfiorano. Non sono immobili nella solennità, ma tese verso l’altro, verso un altrove. Sembra che cinguettino, che fruscino, che comunichino silenziosamente. I loro colori vivaci – rossi, blu, verdi intensi – sono lì per esaltare la vitalità. Tutto qui parla di energia, pulsazione, interdipendenza.
In contrappunto, la serie “Marmo & granito” esplora un’estetica radicalmente diversa, più essenziale, più silenziosa, ma altrettanto vivace. Le figure che raccoglie sono ieratiche, ancorate a una temporalità lenta, minerale, archetipica. René Mayer si basa su un vocabolario formale derivato dalle arti primitive – sculture africane, idoli polinesiani,
busti arcaici dell’antica Grecia, ma senza mai cadere nella citazione o nell’imitazione. Ciò che lo interessa è la potenza contenuta, la riduzione all’essenziale, la condensazione della presenza umana in forme sobrie, massicce, dense. Alcune sculture mostrano una testa unica, con un solo occhio, immenso e ciclopico;
altre presentano due profili rivolti l’uno verso l’altro – o l’uno contro l’altro – come una coppia intrappolata nella tensione del legame. Altre ancora sono spaccate, scavate, mute. Ci sono busti femminili in cui l’occhio sostituisce la testa, come un richiamo agli “Occhi”, quella serie pittorica in cui lo sguardo diventa metafora del sé.
Il processo creativo segue qui un metodo rigoroso: René Mayer modella prima ogni scultura in argilla, in scala ridotta. È in questa fase che si gioca l’essenziale: la scelta del ritmo, la tensione delle masse, il respiro della forma. L’argilla permette l’intuizione, la prova, la ripresa. Una volta fissato il modello, viene affidato ad atelier di scultura in India, specializzati nel taglio di blocchi di marmo o granito. Gli artigiani, altamente qualificati, traspongono il modello. Non si tratta di un semplice trasferimento tecnico: è una trasmissione di intenzioni.
Ogni vena della pietra, ogni arrotondamento, ogni superficie levigata o grezza è pensata come un’articolazione espressiva. La pietra, nobile e pesante, diventa così il ricettacolo di un’emozione contenuta, di un equilibrio raggiunto. I temi affrontati sono quelli della coppia, dell’attrazione, dell’alterità. Ma René Mayer non rappresenta: suggerisce.
L’erotismo affiora in modo sottile, senza nudità; la tensione tra maschile e femminile si intuisce nei tratti delicati, nelle opposizioni di massa, nella frontalità o nel ripiegamento. Spesso c’è anche una forma di assenza del corpo, come se rimanessero solo gli elementi essenziali: la testa, le gambe, a volte un torso stilizzato. Questa riduzione volontaria parla di universalità: le figure diventano segni, quasi ideogrammi. Lontane dall’aneddoto, invitano a meditare sulla condizione umana, sullo sguardo, sull’interazione. Collocate nel giardino piemontese di René Mayer, queste sculture dialogano con la luce, il vento, le stagioni. Il sole le riscalda, la pioggia le accarezza, la neve le avvolge. La patina del tempo le rende opere vive, mutevoli, lentamente modificate dall’ambiente circostante. Non sono concepite per i musei: sono pensate come presenze conviviali, vicine alle pietre erette, ai cippi rituali, alle figure silenziose che vegliano.
Anche in questo caso, ciò che conta per René Mayer è il legame tra la forma e il luogo, tra la mano e la materia, tra il pensiero e il gesto. Non scolpisce oggetti: dà corpo a presenze.
Mostre – risonanze durature per un riconoscimento tardivo
Nel corso della sua carriera artistica, durata oltre cinquant’anni, René Mayer ha dipinto e scolpito nella più totale discrezione. Non ha mai cercato di esporre le sue opere né di entrare nei circuiti artistici istituzionali. Questo ritiro non era frutto di una strategia, ma di un atteggiamento esistenziale: ciò che gli interessava era l’atto creativo in sé, non la sua diffusione.
Eppure, a partire dal 2021, tutto cambia. Il suo lavoro, fino ad allora rimasto nell’ombra, inizia a circolare. Il riconoscimento pubblico, sebbene tardivo, inizia in modo quasi accidentale, ma trova rapidamente una risonanza inaspettata.
Tutto ha inizio a Bergolo, un minuscolo villaggio piemontese arroccato sulle colline delle Langhe. Colpito dalla forza delle opere di René Mayer, un curatore che le ha scoperte quasi per caso, organizza nella cappella sconsacrata di San Sebastiano la sua prima mostra. L’evento, inizialmente previsto come temporaneo, viene prolungato di alcune settimane. Il luogo, per quanto modesto, si rivela teatro di un incontro decisivo tra le opere di René Mayer e un pubblico curioso, aperto, senza pregiudizi. Questa prima mostra ha un effetto rivelatore ciò che René Mayer ha costruito in solitudine colpisce immediatamente e profondamente. Nulla era stato pensato per sedurre, eppure l’impatto è evidente. Si apre un dialogo. Forte di questa prima esperienza, René Mayer decide di creare uno spazio permanente, non per mettersi in mostra, ma per dare visibilità alle voci artistiche piemontesi ancora sconosciute.
Nel 2023 fonda il SAB – Spazio Arte Bubbio – in un magazzino vinicolo dismesso del paese dove ha il suo atelier. Il luogo diventa presto un punto di convergenza tra artisti emergenti e visitatori curiosi. René Mayer espone le sue opere in cicli, alternandole con quelle di altri artisti che sostiene o scopre. Il SAB non vuole essere una vetrina, ma un luogo di scambio e di risonanza, a immagine della pratica del suo fondatore: esigente, rigorosa, ma profondamente orientata verso l’altro.
Il 2024 segna una svolta con la mostra “Mutazioni furtive”, una selezione di 30 opere astratte recenti, ideata con il compianto professor Luca Beatrice, che fu presidente della Quadriennale di Roma. Questa mostra, tenutasi proprio al SAB, fa notizia sulla stampa culturale piemontese. Luca Beatrice inserisce immediatamente il lavoro di René Mayer in una riflessione internazionale sulle evoluzioni contemporanee dell’astrazione. Mette in luce la specificità del lavoro di René Mayer: una pittura densa, profondamente impegnata, senza mai essere provocatoria, dove le mutazioni – ambientali, percettive, culturali – si inscrivono nella materia stessa. Il commissariato di Beatrice trova eco nell’ambiente artistico e la mostra diventa una pietra miliare nel percorso dell’artista. Seguono poi diverse mostre che rafforzano questo riconoscimento in espansione.
A Vevey, alla fine del 2024, René Mayer partecipa alla mostra collettiva ‘Artistes unis pour l’eau’ (Artisti uniti per l’acqua) organizzata dalla galleria Fresa y Chocolate, in collaborazione con l’ONG What Water. Qui presenta una serie di opere intitolata “Mutazioni furtive”, in cui l’uso di chips da casinò simboleggia il gioco mortalmente pericoloso che la nostra civiltà sta giocando con l’ambiente. L’aspetto simbolico del suo lavoro risuona in modo particolare nel contesto della mostra.
Nel 2025, la sua presenza a Istanbul con la mostra ‘Kesişmeler | Intersections,’ organizzata dalla Vision Art Platform e commissionata da Fırat Arapoğlu, gli permette di varcare i confini svizzeri e italiani. Le sue opere sono esposte sulla parete centrale della galleria, segno di un forte posizionamento nella scenografia. GQ Turkey riporta l’evento, dedicando un articolo a questo artista svizzero ‘discreto ma incisivo’, i cui gettoni dipinti diventano oggetti di meditazione. Questo primo passo sulla scena turca apre prospettive di future collaborazioni.
Nello stesso anno, a Baar (Svizzera), presenta una mostra personale intitolata “Happy Anxiety” all’AtelierRoshi. Per la prima volta, René Mayer associa le sue due serie più contrastanti: le statuette “Viva Viva” e i quadri “Mutazioni furtive”. Questo inaspettato accostamento tra il vibrante ludismo di “Viva Viva” e la silenziosa critica di “Mutations furtives” rivela un aspetto finora sconosciuto della sua opera: la sua capacità di contenere forti tensioni emotive senza mai opporle frontalmente. La mostra è stata accolta con grande favore per la sua accuratezza.
Infine, nel giugno 2025, la Galleria Hergiswil gli ha dedicato la sua prima grande retrospettiva: “René Mayer. Paintings and Sculptures”. La mostra riunisce 17 dipinti e 27 sculture, che coprono tutte le sue serie principali. Il percorso scenografico mette in luce le corrispondenze interne alla sua opera: lo sguardo in “Occhi” fa eco ai busti scolpiti di “Marmo e granito”, le superfici pulsanti di “Terra vibrante” rispondono alle figure giocose di “Viva Viva”. Il pubblico scopre l’ampiezza di un lavoro rigoroso, costruito nel tempo, di grande coerenza formale. Per molti è una rivelazione. Per René Mayer è semplicemente la continuazione di un gesto che non ha mai interrotto.
Una pratica che collega l’artigianato alla percezione e all’etica
René Mayer non rivendica nulla. Non cerca né di scandalizzare, né di seguire una tendenza, né di teorizzare il suo gesto. La sua opera non è né un manifesto, né una reazione. È la conseguenza logica di un rapporto esigente con la materia, con il mondo e con se stesso. In un contesto artistico saturo di discorsi, sceglie il silenzio. In un universo dominato dalla rapidità, impone la lentezza. In un sistema basato sulla visibilità, privilegia il ritiro. Non è una posizione, ma una necessità. Non segue nessuna scuola, nessuna corrente, nessuna aspettativa: segue la forma e ciò che essa gli dice.
Ciò che costruisce, strato dopo strato, giorno dopo giorno, è il risultato di un’attenzione assoluta alle micro-variazioni, ai sottili aggiustamenti, alla presenza del corpo al lavoro. Si definisce espressamente un artigiano. Questa parola, per lui, non è né un atto di umiltà, né un rifiuto dell’aura artistica: è una rivendicazione essenziale.
Essere artigiano significa essere nel fare, nel concreto, nell’attenzione ai dettagli. Significa cercare la giusta regolazione, la coerenza tra il gesto e l’intenzione.
Per René Mayer, creare è trasformare: trasformare la materia, trasformare la percezione, trasformare a volte lo sguardo di chi entra nell’opera. È anche, fondamentalmente, un modo per entrare in relazione. L’opera non è un oggetto chiuso, ma uno spazio di relazione. Crea una tensione tra il visibile e l’invisibile, tra ciò che è mostrato e ciò che si nasconde, tra la mano che modella e l’occhio che riceve. Non cerca di convincere, ma di far emergere uno stato di attenzione, di percezione accresciuta. Nei suoi dipinti e nelle sue sculture, il silenzio diventa attivo. Le opere non si accontentano di essere lì: chiamano. Invitano a sospendere il flusso, a rallentare, a guardare davvero. Non trasmettono messaggi, non proclamano nulla, non dimostrano nulla. Si ergono, immobili, vibranti, insistenti. Ci guardano. Ci propongono un’altra temporalità: quella del ritiro, della densità, del sensibile. Non cercano di occupare lo spazio, ma di abitarlo. Ci ricordano che l’essenziale non è sempre visibile, che ciò che trasforma non è sempre spettacolare e che ciò che tocca più profondamente è spesso ciò che parla meno forte.
È forse qui che risiede la forza dell’opera di René Mayer: nella sua capacità di disarmarci senza urtare, di risvegliarci senza costringerci. Non si pone come un artista impegnato nel senso militante del termine, ma il suo lavoro è eminentemente etico. Attraverso la materia, interroga il nostro modo di abitare il mondo. Attraverso la forma, esplora i nostri modi di vedere, sentire, reagire. Non ci dà risposte, ma crea le condizioni per uno spostamento interiore. Ci chiede di essere lì, presenti, attenti – allo spessore di un pigmento, alla tensione di un volume, all’equilibrio di un vuoto. Così si dispiega il percorso singolare di René Mayer. Un percorso fatto di tranquilla ostinazione, di fedeltà a una linea interiore, di rifiuto delle scorciatoie. Una carriera tra pittura e scultura, tra isolamento scelto e apertura a ciò che circola. Un’opera costruita nella solitudine, ma tesa verso il mondo. Una pratica discreta, ma profondamente efficace. Una ricerca paziente, instancabile, della forma giusta, del legame sincero, della bellezza attiva, quella che non si impone, ma trasforma.